Venticinque anni dopo l’11 settembre 2001. Quella paura che ha cambiato per sempre le nostre vite

Dalla tragedia delle Torri Gemelle al blocco dei cieli e all’angoscia di Ground Zero: a un quarto di secolo dall’attacco che ha sconvolto New York, la cronaca di quelle ore e la mappa delle trasformazioni permanenti che hanno ridefinito la nostra quotidianità

Venticinque anni dopo l’11 settembre 2001. Quella paura che ha cambiato per sempre le nostre vite

La mattina dell’11 settembre 2001, in una limpida giornata di fine estate, quattro aerei di linea commerciali vennero dirottati da diciannove terroristi di Al-Qaeda, trasformandosi in armi d’impatto letali. Il primo scontro avvenne alle 8:46, quando il volo American Airlines 11 si abbatté contro la Torre Nord del World Trade Center di New York. Diciannove minuti più tardi, alle 9:03, mentre le telecamere di tutto il pianeta stavano già trasmettendo le immagini del primo incendio, il volo United Airlines 175 squarciò la Torre Sud in diretta televisiva mondiale. Tra le urla della folla in strada e il suono battente delle sirene, la tragedia si estese a Washington: alle 9:37 il volo American Airlines 77 si schiantò contro la facciata ovest del Pentagono. Alle 10:03, un quarto velivolo, il volo United Airlines 93, precipitò in un campo a Shanksville, in Pennsylvania, a seguito della valorosa reazione dei passeggeri che impedirono ai dirottatori di raggiungere il Capitol o la Casa Bianca. Alle 9:59 e alle 10:28 avvenne l’impensabile: prima la Torre Sud e poi la Torre Nord crollarono su sé stesse in un’immensa nube di polvere, detriti e macerie, inghiottendo oltre duemila e settecento vite tra civili e centinaia di vigili del fuoco e agenti di polizia accorsi per i soccorsi. Nei giorni immediatamente successivi, il mondo intero visse uno stato di shock e sospensione mai provato prima. Il presidente George W. Bush dichiarò lo stato di emergenza nazionale e l’amministrazione statunitense dispose per la prima volta nella storia la chiusura totale dello spazio aereo americano, il cosiddetto ordine SCATANA, azzerando i cieli da ogni volo commerciale per tre giorni consecutivi. A Ground Zero, mentre i soccorritori e migliaia di volontari scavavano ininterrottamente giorno e notte nella speranza di trovare superstiti tra le montagne di acciaio contorto e cemento polverizzato, la Borsa di Wall Street rimase chiusa per sei sessioni di trading, registrando al momento della riapertura il più grave crollo settimanale dai tempi della Grande Depressione. Nelle principali capitali mondiali vennero innalzati ai massimi livelli gli allarmi antiterrorismo, le sedi istituzionali furono blindate e i mercati finanziari globali crollarono, mentre sui giornali e nelle reti televisive l’incertezza per un possibile secondo attacco imminente teneva miliardi di persone in una morsa di ansia collettiva. L’impatto immediato di quella carneficina portò a una riorganizzazione drastica e permanente del trasporto aereo globale. Prima di quella mattina, prendere un aereo per un volo di linea era un’esperienza del tutto simile a salire su un treno ad alta velocità. Negli aeroporti di tutto il mondo i controlli di sicurezza ai varchi erano rapidi, gli accompagnatori potevano spingersi fino alle uscite di imbarco per salutare i passeggeri in partenza e gli oggetti personali consentiti a bordo rispondevano a criteri decisamente permissivi. L’impiego degli aerei commerciali come vere e proprie armi di distruzione di massa impose una virata immediata. Nel giro di poche settimane, le compagnie aeree dovettero blindare d’urgenza le porte di accesso alle cabine di pilotaggio, rendendole antiproiettile e apribili solo dall’interno. Negli Stati Uniti nacque la Transportation Security Administration, l’agenzia federale che introdusse standard di controllo rigorosi: dall’ispezione delle calzature ai varchi fino all’obbligo di passare al vaglio degli scanner a raggi X ad altissima precisione ogni singolo dispositivo elettronico. Gli spazi di imbarco vennero chiusi ai non viaggiatori e la schedatura preventiva dei passeggeri diventò una norma universale. L’onda d’urto dell’11 settembre si spinse ben oltre le piste dei varchi aeroportuali, ridefinendo il rapporto tra il cittadino e lo Stato in materia di protezione dei dati personali. Nel mese di ottobre del 2001, il Congresso statunitense approvò a tempo di record il PATRIOT Act, un pacchetto normativo d’emergenza che estese in modo straordinario le facoltà operative delle forze dell’ordine e delle agenzie d’intelligence. Per la prima volta, la tracciabilità delle telefonate, il monitoraggio della posta elettronica e l’accesso ai dati finanziari vennero svincolati dal preventivo e rigoroso vaglio di un’autorità giudiziaria ordinaria. Questo modello si estese rapidamente a livello internazionale mediante la creazione di banche dati condivise tra Stati Uniti ed Unione Europea per lo scambio dei dati dei viaggiatori. L’architettura della rete internet, fino ad allora considerata uno spazio di libertà e deregolamentazione, iniziò a essere integrata con complessi sistemi di sorveglianza di massa, ponendo le basi per il grande dibattito etico e politico sul confine sottile tra tutela della sicurezza nazionale e rispetto della privacy. Parallelamente, l’11 settembre 2001 segnò un punto di non ritorno nella storia dei mezzi di comunicazione di massa. Gli attentati alle Torri Gemelle furono il primo dramma planetario vissuto in diretta televisiva globale da miliardi di persone nello stesso istante. L’impatto del secondo aereo contro la Torre Sud, avvenuto mentre le telecamere stavano già inquadrando il primo incendio, trasformò gli spettatori da semplici fruitori di notizie a testimoni diretti dell’evento. Questa necessità viscerale del pubblico di ricevere aggiornamenti costanti consacrò definitivamente il modello delle reti all-news h24 come la CNN e la BBC. Fu proprio in quei giorni convulsi che si diffuse l’uso sistematico del nastro informativo scorrevole nella parte inferiore degli schermi televisivi, uno strumento nato per trasmettere le notizie dell’ultimo minuto a ciclo continuo senza dover interrompere la cronaca dal vivo. Anche la rete internet, pur non disponendo ancora delle piattaforme social, registrò volumi di traffico mai visti prima, costringendo le grandi testate giornalistiche ad aggiornare le proprie infrastrutture informatiche e accelerando in maniera decisiva la transizione verso il giornalismo digitale istantaneo.

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