La sveglia non suona quasi più. A svegliarci è la luce dello schermo, il pollice che scorre prima ancora che gli occhi si abituino al buio della stanza. Notifiche, messaggi, il meteo, qualcosa da controllare. Un gesto ripetuto ogni mattina, in milioni di case italiane, diventato così automatico da non sembrare più nemmeno una scelta nostra.
Governare la tecnologia: dove va il tempo che pensavamo di aver risparmiato
Governare la tecnologia, prima di ogni altra cosa, significa leggere i numeri. A dirlo è il 59° Rapporto Censis, presentato lo scorso dicembre: nel 2025 il 46,1% degli italiani tra i 16 e i 64 anni ha trascorso mediamente più di quattro ore al giorno utilizzando dispositivi digitali per ragioni non lavorative. Non è un’eccezione, ma una fotografia di quanto il digitale sia ormai entrato nel tempo quotidiano.
Ci siamo raccontati per anni che l’innovazione ci avrebbe restituito tempo libero, meno code, meno attese, meno fatica. In parte è vero. Prenotare una visita medica, pagare una bolletta, sentire un figlio che vive lontano sono diventati gesti semplici, alla portata di un tocco. Ma il tempo risparmiato non è necessariamente tornato a noi: potrebbe essere stato riassorbito dallo stesso dispositivo che lo aveva liberato, spostandosi da un’attività all’altra senza mai lasciare davvero le nostre mani.
Quanto tempo passiamo davvero online
L’Istat mostra quanto questa presenza sia diventata pervasiva nella vita quotidiana. Nel 2023, in un giorno medio settimanale, la popolazione italiana ha trascorso mediamente tre ore e cinquantatré minuti utilizzando Internet e/o dispositivi digitali. Tra chi ne fa effettivamente uso, il tempo sale a oltre cinque ore.
Non si tratta soltanto di tempo trascorso a navigare. Il digitale accompagna ormai molte delle attività ordinarie: comunicare, informarsi, lavorare, studiare, acquistare, intrattenersi. Ed è proprio questa continuità a rendere più difficile accorgersi di quanto spazio abbia conquistato.
La consapevolezza, però, sembra esserci. Il Censis rileva che una larga parte degli italiani percepisce le tecnologie digitali come qualcosa da cui sente anche il bisogno di prendere distanza. Il problema non è soltanto quanto usiamo la tecnologia, ma quanto siamo ancora liberi di decidere quando usarla e quando smettere.
Non cosa facciamo con la tecnica, ma cosa la tecnica fa di noi
Umberto Galimberti aveva posto la questione in termini radicali: «Il problema non è più che cosa noi possiamo fare con la tecnica, ma che cosa la tecnica può fare di noi.»
Un avvertimento più che una condanna. La tecnica non ha intenzioni proprie, ma produce effetti, e gli effetti si accumulano senza chiedere il permesso a nessuno, giorno dopo giorno, stimolo dopo stimolo.
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Di Hop-Frog – originally posted to Flickr as Umberto Galimberti 2, CC BY-SA 2.0, Collegamento
Decidere i confini prima che li decidano altri
Governare la tecnologia, allora, non significa rifiutarla né usarla meno per principio, ma decidere per tempo i confini, prima che a deciderli siano altri al posto nostro. Le piattaforme che usiamo ogni giorno sono progettate per trattenere l’attenzione il più a lungo possibile: ogni avviso sonoro, ogni colore acceso sullo schermo, ogni scorrimento infinito risponde a una logica commerciale precisa, non necessariamente a un nostro bisogno reale.
Riconoscerlo è già un primo passo. La differenza tra chi subisce uno strumento e chi lo usa davvero passa quasi sempre da questa distinzione, piccola sulla carta ma enorme nelle sue conseguenze quotidiane.
Non tutti partono dalla stessa distanza da questo problema. Chi non ha ancora gli strumenti, culturali prima ancora che tecnici, per orientarsi tra applicazioni, password e aggiornamenti resta più esposto, non meno: rischia di scambiare l’esclusione digitale per prudenza, e la fatica di adattarsi per un destino già scritto. Ignorare questo squilibrio, in nome di un progresso che dovrebbe valere allo stesso modo per tutti, è il primo errore da evitare quando si parla di cittadinanza digitale, ed è anche il più comodo da commettere, perché costa fatica accorgersene.
Accogliere l’altro, non correggerlo
C’è poi un secondo modo di riprendersi il tempo, meno misurabile di qualsiasi rapporto statistico ma non meno concreto. Riguarda lo sguardo che rivolgiamo a chi abbiamo davanti, nei minuti in cui il telefono resta finalmente in tasca: una battuta detta male, un silenzio che non sappiamo riempire, un’opinione che non condividiamo.
Accogliere l’altro con le sue imperfezioni, senza pretendere di correggerlo come si fa con un’applicazione che si aggiorna, significa scegliere di restare dentro quell’incontro invece di rimandarlo a un messaggio da leggere più tardi. È lì, più che in qualsiasi impostazione del telefono, che si misura quanto siamo ancora capaci di stare nel presente, con le persone che quel presente ce lo mettono davanti.

Il futuro come riflesso
Il futuro, in questo senso, è davvero un riflesso. Restituisce l’immagine di chi lo costruisce ogni giorno, con scelte piccole e apparentemente irrilevanti: un’ora con il telefono spento, un alert silenziato, una domanda posta prima di reagire d’istinto a un’interfaccia pensata apposta per farci rispondere senza pensare.
Governare la tecnologia non significa vincerla, né restarne fuori: significa restare, in quello specchio che ci mostra ogni giorno, ancora riconoscibili — e ancora capaci di riconoscere chi ci sta di fronte.
Approfondimenti
Umberto Galimberti – L’uomo nell’età della tecnica