In Sotto a chi tocca Giorgio Pasotti interpreta un uomo cinico, quasi impossibile da salvare. «È il prodotto estremo di una società in cui la competizione ha eroso empatia e solidarietà», ci racconta l’attore e regista. E il film, al cinema dall’8 ottobre, parte proprio da questa disumanizzazione.
Tratto da Il metodo Grönholm di Jordi Galceran, racconta di sei candidati (lo stesso Pasotti, insieme a Rocco Papaleo, Giovanna Mezzogiorno, Stefano Fresi, Giacomo Giorgio e Linda Messerklinger) convocati da una multinazionale per un importante posto di lavoro. Chiusi in una stanza, scoprono che il colloquio è già iniziato. Quando emerge il sospetto che tra loro ci sia una talpa dell’azienda, la selezione diventa un crudele gioco psicologico di prove, alleanze e tradimenti.
Pasotti, il film restituisce l’immagine di un mondo disumano, dominato da una crudeltà quasi reiterata. È stato questo uno degli aspetti che l’ha attratta maggiormente?
In questo periodo storico di cattiveria ce n’è parecchia. Non ricordo una disumanizzazione così presente nelle persone e a qualsiasi livello sociale. Nella politica, nel lavoro, nello sport. Ho portato a teatro questo testo più di vent’anni fa e già allora mi aveva colpito la ferocia con cui descriveva il mondo del lavoro. Oggi la situazione per certi versi è peggiorata. Viviamo in una condizione di precariato costante. Sei sempre sul filo del rasoio. Vediamo scorrettezze incredibili pur di conquistare qualcosa in più. Ci stiamo adattando tutti alla battaglia che questa società ci spinge a combattere.
Questa dinamica riguarda anche il suo mestiere di attore?
Assolutamente sì. Il mio è un mondo sempre più competitivo. Si è alzata così tanto l’asticella della competizione che si rischia di perdere alcuni principi sui quali dovrebbe reggersi una società sana e civile. Se qualcuno rinuncia a qualcosa per conquistare non un privilegio, ma un diritto, spesso ce n’è subito un altro disposto a prendere il suo posto. Quando la competizione diventa esasperata, il rischio è proprio quello di disumanizzarsi.
Fernando, il personaggio che interpreta, sembra condensare il lato peggiore di questo sistema. È molto difficile provare empatia per lui.
È anche il motivo per cui non avrei voluto farlo interpretare a nessun altro. Per me è un personaggio totalmente negativo, che non offre quasi nessun appiglio. Non puoi salvarlo da nessun punto di vista. Anche quando scopri qualcosa del suo passato, non diventa una giustificazione. Proprio per questo credo che riesca a raccontare in maniera metaforica il cinismo e la competitività dei nostri tempi. Osservare cosa succede quando le persone vengono inserite in un sistema che alimenta continuamente la competizione.
Lo spettatore parte con alcune certezze, poi è costretto a rivederle. È importante anche il gioco sulle apparenze?
Molto. Nella vita speriamo di non circondarci di persone tremende, soprattutto sul lavoro. Ma spesso le persone ti sorridono, sembrano educate, benintenzionate, mostrano una certa moralità. Poi, dietro quel sorriso può nascondersi altro. Il film gioca proprio sulla necessità di cambiare prospettiva. Non sai più fino in fondo di chi fidarti e questo vale per tutti i personaggi.
Era da molto tempo che voleva trasformare questa storia in un film?
Fin dal mio primo lavoro da regista avevo tre temi che volevo affrontare: il rapporto tra padre e figlio, la fede e il lavoro. Il primo è diventato Io, Arlecchino, poi è arrivato Abbi fede e adesso finalmente questo progetto. Pensavo che sarebbe stato un film relativamente semplice da realizzare, perché ambientato in pochi spazi. In realtà, il cinema insegna spesso il contrario: ciò che immagini semplice può diventare complicatissimo. Il progetto ha avuto bisogno di tempo per maturare.
Il film è molto verboso e quasi interamente chiuso dentro uno spazio. Come ha lavorato per evitare che diventasse troppo statico?
La difficoltà principale era catturare l’attenzione dello spettatore fin dall’inizio. Doveva diventare una sorta di gioco a eliminazione, nel quale anche chi guarda sente il desiderio di partecipare e capire cosa stia realmente accadendo. È un po’ come entrare in un gioco da tavolo: cerchi di trovare la soluzione, di comprendere chi stia mentendo e perché accadano determinate cose. L’attenzione dello spettatore cresce insieme a quella dei personaggi, che vengono travolti da qualcosa che non riescono più a comprendere.
Sotto a chi tocca è anche un film con una certa ambizione.
Credo che l’Italia abbia bisogno di cinema di genere, di tentativi coraggiosi. Dobbiamo provare a uscire dai soliti schemi. Non significa rinnegare la commedia, che ho fatto anche io, ma credo che ci sia bisogno di altro, altrimenti diventa difficile riconquistare il pubblico italiano e intercettare quello internazionale. Serve il coraggio di osare e di raccontare storie anche scomode, magari attraverso un linguaggio cinematografico meno abituale.
[dal numero della rivista 50&Più Ottobre]