Alik Cavaliere e la Milano che inventò il contemporaneo

Nel centenario della nascita dell’artista, un convegno internazionale riapre il dibattito sulla Milano che, tra ricostruzione e avanguardia, divenne uno dei grandi laboratori dell’arte europea del Novecento

Alik Cavaliere e la Milano che inventò il contemporaneo
Giardino del Centro Artistico Alik Cavaliere, 2019 – Ph. Credit Walter Carrera
Il 15 ottobre 2026
Milano, Accademia delle Belle Arti di Brera

Il 15 ottobre 2026, nel centenario della nascita di Alik Cavaliere, l’Accademia di Belle Arti di Brera ospita 100 Anni di Alik. Cavaliere e la Milano che inventò il contemporaneo, una giornata di studi dedicata all’artista che a Brera si formò e insegnò scultura per oltre trent’anni. Promosso dal Centro Artistico Alik Cavaliere, sede dell’Archivio dell’artista, e curato da Angela Vettese (Università Iuav di Venezia), Fania Cavaliere (Presidente del Centro Artistico Alik Cavaliere) e Giulia Vandelli (Project Manager per il Centro Artistico Alik Cavaliere), l’incontro riunisce storici dell’arte, studiosi e responsabili di istituzioni per restituire la complessità di una ricerca ancora refrattaria a ogni definizione univoca.

Il convegno assume Cavaliere come punto di osservazione privilegiato per rileggere non soltanto un’opera, ma il contesto umano, intellettuale e artistico nel quale essa prese forma: la Milano del secondo dopoguerra, attraversata da una trama di relazioni fra artisti, architetti, critici, filosofi, scrittori, musicisti, uomini di teatro e galleristi. Una città che, mentre ricostruiva sé stessa, ridefiniva linguaggi, discipline e luoghi della cultura, facendo dell’incontro fra i saperi uno dei motori della propria modernità.

Intorno all’Accademia di Brera, alle gallerie, ai tavoli del Jamaica, agli studi e ai nuovi spazi espositivi si formò una comunità mobile, non riconducibile soltanto ai gruppi e ai protagonisti già consacrati dalla storiografia. Cavaliere ne fu una presenza centrale: scultore, narratore, docente e interlocutore instancabile, capace di tenere insieme la tradizione della cera persa e l’eredità dadaista, il mondo naturale e la costruzione artificiale, la letteratura e la scena, il rigore concettuale e il piacere del racconto. La giornata di studi ricostruisce questa pluralità attraverso opere, cicli, collaborazioni, scritti e materiali d’archivio, facendo emergere anche aspetti ancora poco indagati.

Afferma Angela Vettese: «Dal dopoguerra agli anni Settanta, Milano è stata ben più del motore industriale italiano: vi si incontravano con entusiasmo costruttivi uomini di Teatro, alcuni noti come Strehler, altri da riscoprire come Fantasio Piccoli; intellettuali come Umberto Eco e galleristi geniali come Arturo Schwarz; artisti visivi come Alik Cavaliere o Bobo Piccoli che pranzavano con Dario Fo e Franca Rame. Tutto all’insegna di un brulicare di luoghi e persone che non comprendeva soltanto i celeberrimi Lucio Fontana e Piero Manzoni, ma molto di più, all’insegna di un incontro tra saperi che oggi sono tornati a dividersi. É una storia avvincente e ancora da studiare».

Il programma della giornata di studi
Ad aprire i lavori è Elena Pontiggia (Politecnico di Milano), curatrice del Catalogo ragionato dell’opera scultorea dell’artista, con Il poeta della natura. Un’introduzione al lavoro di Alik Cavaliere. Attraverso le principali stagioni della sua ricerca, Pontiggia mette a fuoco il tema che ne attraversa l’intera opera: la natura, osservata nei suoi opposti di rigoglio e sofferenza, espansione e costrizione. Nel dialogo con realismo, dadaismo, Pop Art e arte concettuale, e attraverso il recupero della cera persa, Cavaliere ne coglie il lirismo e, precocemente, il dramma, senza mai cadere nel naturalismo.

Giorgio Zanchetti (Università degli Studi di Milano), con “Un pomo modellato da Fidia”. Riflessioni metalinguistiche e possibilità ulteriori della scultura per Alik Cavaliere , approfondisce la componente teorica e autoriflessiva del lavoro dell’artista. Da un intreccio di suggestioni che avvicina Arturo Martini e René Magritte, la riflessione approda all’uso della letteratura, della didattica e del dialogo tra le arti nelle installazioni mature: la scultura diviene così anche un pensiero sulla scultura e sulle sue possibilità.

La dimensione narrativa è al centro dell’intervento di Lorena Giuranna (Museo MA*GA, Gallarate), Racconto nel racconto. La dimensione letteraria nell’opera di Alik Cavaliere.
«Raccontare mi è sempre piaciuto»: i sessantuno taccuini compilati fra il 1953 e il 1997 documentano una scrittura continua, nella quale Cavaliere annota pensieri sulla propria ricerca e sul panorama culturale del suo tempo. Il rapporto fra racconto e scultura si articola nella narrazione di sé, nel confronto con Lucrezio, Ariosto, Shakespeare e Brecht e nell’idea dell’opera come palcoscenico di accadimenti, capace, una volta venuta al mondo, di raccontarsi e raccontare.

Giulia Valcamonica (Ministero della Cultura, Direzione regionale Musei nazionali Lombardia) presenta Continuamente straripando dai margini di un foglio. L’idea artistica tra disegno e scultura. A partire da una riflessione annotata da Cavaliere nel 1961, l’intervento indaga le centinaia di opere su carta conservate nell’Archivio: carboncini, chine, acquerelli, tempere, collage e stampe che anticipano, accompagnano o rielaborano i nuclei centrali della ricerca. Dai Giochi proibiti e dalle Metamorfosi alle Avventure di Gustavo B., da I Processi al Pigmalione, il disegno emerge non come semplice preparazione, ma come luogo autonomo e generativo nel quale l’idea prende forma, muta e oltrepassa i margini.

Il rapporto tra l’artista e la critica militante è affrontato da Luca Pietro Nicoletti (Università di Udine) in Tre letture per Alik: Sanesi, Crispolti, Tadini. Le interpretazioni di Roberto Sanesi, Enrico Crispolti ed Emilio Tadini sono ricollocate nel dibattito fra anni Cinquanta e Sessanta intorno a figurazione e racconto, con le specifiche implicazioni poste dalla scultura. Ne emerge una storia fatta non soltanto di testi critici, ma di interlocuzioni, affinità e letture parallele delle ricerche condotte dagli amici e sodali di Cavaliere.

Un nucleo essenziale del convegno riguarda infatti le collaborazioni. Cloe Piccoli (Accademia di Belle Arti di Brera) ricostruisce quella fra Alik Cavaliere e Bobo Piccoli: dalla scenografia di Miracolo a Milano di Vittorio De Sica, nel 1951, alla condivisione del primo studio in via Santa Lucia, fino al lavoro concettuale dedicato alla famiglia Piccoli in treno. La loro vicenda permette di osservare una Milano nella quale le relazioni personali alimentavano collaborazioni professionali spesso estemporanee e, proprio per questo, rimaste ai margini di una storiografia concentrata sulle biografie individuali o sui gruppi formalmente costituiti.

Bianca Trevisan (Università Cattolica del Sacro Cuore) con Viaggio attorno a un tavolo. Alik Cavaliere e Vincenzo Ferrari, un dialogo concettuale, analizza il rapporto tra i due artisti negli anni Settanta attraverso documenti inediti. La selva vegetale e narrativa di Cavaliere incontra l’ordine semiotico e alfabetico di Ferrari, mentre l’oggetto quotidiano diviene per entrambi dispositivo di pensiero. Le sperimentazioni condivise e la comune eredità di Brera rivelano una ricerca che anticipa questioni oggi centrali, come la messa in discussione della linearità temporale, la metamorfosi dello spazio, la ridefinizione dell’identità artistica e il gioco come esplorazione, ricerca e verifica.

La prima maturità dell’artista è ricostruita da Flaminio Gualdoni (già Accademia di Belle Arti di Brera). Alla metà degli anni Cinquanta, Cavaliere abbandona ogni assetto pacificato della scultura per misurarsi con il dramma del formarsi e della deformazione. Nei Giochi proibiti la figura antropomorfa non è più ostensione, ma situazione e snodo drammatico; nelle Metamorfosi, e poi nelle Storie di Gustavo B., l’esplosione del codice formale mette in crisi ogni rassicurazione estetica e fa di Cavaliere uno degli interpreti più lucidi della nuova vicenda artistica.

Alla pratica del lavoro a quattro mani è dedicato anche l’intervento di Elisabetta Longari (già Accademia di Belle Arti di Brera), Omaggio all’America Latina, un’opera capitale per molte ragioni. Realizzata con Emilio Scanavino nel 1971, l’opera testimonia l’attitudine collaborativa di Cavaliere e il suo impegno civile e politico; costruisce memoria senza ricorrere all’enfasi monumentale e consente di riaprire la vicenda della censura che ne determinò il rifiuto alla Biennale di San Paolo. Il suo caso pone inoltre questioni ancora aperte di restauro e di responsabilità museale, non avendo l’opera trovato finora una collocazione stabile.

Marco Meneguzzo (già Accademia di Belle Arti di Brera) rilegge I Processi, ideato nel 1971 e presentato alla Biennale di Venezia del 1972, in Tra happening, performance e installazione. Più che documento di una stagione ritenuta pre-rivoluzionaria, il ciclo appare come un tentativo di opera d’arte globale: un teatro praticabile che trasforma lo spettatore in attore consapevole. Con i testi di Roberto Sanesi e la musica di Bruno Canino, Cavaliere costruisce una situazione processuale nella quale musica, arte e letteratura restano riconoscibili e insieme concorrono a un esperimento radicalmente nuovo.

Francesca Porreca (Musei Civici di Pavia) affronta l’ultimo grande corpo di lavori dell’artista in «Sono tornato ad Ariosto per guardarmi allo specchio». L’Orlando Furioso di Alik Cavaliere tra narrazione e partecipazione. Avviata nel 1993 e documentata da un quaderno fitto di scrittura, disegni, postille e progetti, la riflessione sul poema ariostesco traduce amore, gelosia, battaglie, eroismo, tragedia e commedia in installazioni che fondono scultura, pittura, oggetti trovati ed elementi naturali. I Racconti dall’Orlando Furioso, oggi in comodato ai Musei Civici di Pavia, restituiscono pienamente la dimensione ambientale e partecipativa della ricerca.

Chiude il percorso Francesco Tedeschi (Università Cattolica del Sacro Cuore) con W la Libertà, una serie di opere, tra natura e artificio. Il ciclo della metà degli anni Settanta è letto nel rapporto con il contesto storico e sociale e attraverso una delle sue immagini portanti, la gabbia: struttura rigida che contiene materiali e forme appartenenti a un immaginario della libertà. Nel contrasto fra costrizione e possibilità, natura e artificio, si rende visibile la riflessione critica e simbolica che Cavaliere sviluppa in quegli anni.

Nel loro insieme, i contributi ricompongono un artista nel quale la scultura non coincide mai con un oggetto isolato: è racconto, ambiente, azione, scrittura, relazione e interrogazione civile. Il centenario diventa così l’occasione per rimettere in circolo un’opera che attraversa il secondo Novecento senza lasciarsi ricondurre a una sola appartenenza e per riportare alla luce quella cultura milanese del confronto fra discipline che ne costituì il terreno vitale.

Gli esiti della ricerca confluiranno in un volume bilingue pubblicato da Silvana Editoriale, destinato a costituire un nuovo strumento di riferimento per gli studi su Alik Cavaliere e, più in generale, sulla Milano artistica della seconda metà del Novecento.

Informazioni
100 Anni di Alik. Cavaliere e la Milano che inventò il contemporaneo
Accademia di Belle Arti di Brera – Sala Napoleonica Via Brera, 28 – 20121 Milano
Giovedì 15 ottobre 2026, ore 9.00-18.00

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