Mai come negli ultimi due anni il cacao è sembrato una montagna russa. Oltre 11mila euro a tonnellata nel dicembre 2024, meno di 2.800 euro a marzo di quest’anno, di nuovo sopra i 5mila a metà luglio. In meno di un anno e mezzo il prezzo ha attraversato record, crolli e rimbalzi: raccontano la fragilità di un’intera filiera. L’ultima impennata arriva da piogge fuori stagione. Hanno allagato le piantagioni di Costa d’Avorio e Ghana, i due paesi che insieme forniscono oltre il 60% del cacao mondiale. Le prime stime indicano un raccolto 2026-2027 più parco del previsto. È lo stesso copione del 2024: due stagioni difficili, offerta in contrazione, prezzi in salita. Poi, appena il mercato si è aspettato un allentamento della scarsità, la discesa è stata altrettanto rapida, come tra fine 2025 e inizio di quest’anno, quando scorte in aumento e previsioni di un raccolto più abbondante avevano riportato le quotazioni ai livelli di tre anni prima. Non è un incidente isolato: con due Paesi che coprono oltre sei decimi dell’offerta mondiale, basta una stagione di piogge anomale per spostare il prezzo globale di decine di punti, senza che la domanda sia cambiata. A pagare il prezzo di queste oscillazioni restano soprattutto i coltivatori, circa due milioni e mezzo di piccoli produttori che non hanno beneficiato del boom del 2024 e oggi non riescono a sfruttare il rimbalzo. In Costa d’Avorio e Ghana il prezzo pagato ai contadini viene fissato dallo Stato all’inizio della stagione e resta bloccato per mesi, a prescindere dal mercato internazionale. Quando le quotazioni superarono gli 11mila euro, molti avevano già venduto il raccolto a prezzi fissati in precedenza, molto più bassi: a incassare il boom furono soprattutto intermediari e trader internazionali. Entro fine 2025 il Ghana aveva fissato il prezzo garantito attorno ai 4mila euro a tonnellata, la Costa d’Avorio poco sopra i 2.400, valori lontanissimi sia dal record sia dal rimbalzo di luglio. Quando il mercato era crollato in primavera, Abidjan aveva persino anticipato per la prima volta nella storia l’avvio della campagna intermedia, tagliando il prezzo garantito fino a un terzo. Misura d’emergenza pensata per un mercato ai minimi, inutile per il rialzo successivo.
Per le famiglie che vivono quasi solo di questa coltura, passare in pochi mesi da un prezzo dimezzato a un mercato che rimbalza del 60% significa non poter programmare la stagione successiva. Per questo, a giugno, Costa d’Avorio e Ghana hanno firmato una dichiarazione congiunta per allineare i prezzi garantiti e armonizzare i calendari dei raccolti dalla stagione 2026-2027. L’intesa prevede anche uno scambio di dati tra i due Ministeri dell’agricoltura per pubblicare stime di raccolto più coerenti. Questo dovrebbe ridurre le sorprese e quindi la speculazione: primo tentativo di rendere meno traumatico ogni nuovo scossone del mercato mondiale. Dietro le oscillazioni di prezzo c’è però un problema che nessun accordo tra Stati risolve in fretta. Le piantagioni della regione hanno in media tra 25 e 40 anni e la resa cala progressivamente. In Ghana molti coltivatori raccolgono 300-400 chili per ettaro, contro un potenziale agronomico di 800-1.000. Virus del germoglio gonfio, marciume bruno, carenza di fertilizzanti e piogge irregolari fanno il resto. Per decenni la crescita della produzione ivoriana è arrivata soprattutto dall’espansione dei terreni coltivati, spesso a spese della foresta: un modello che ha raggiunto il suo limite.
Le grandi marche del cioccolato intanto si adattano. Nelle tavolette il burro di cacao lascia spazio a olio di palma e di karité, il cacao diminuisce e lo zucchero aumenta. Chi fa la spesa se ne accorge poco: il prezzo in vetrina resta alto anche quando le quotazioni internazionali scendono, perché la filiera lavora su contratti firmati con largo anticipo e ogni passaggio, dal produttore al marchio finale, aggiorna i listini con tempi propri. Alcune aziende hanno già ridotto il formato delle tavolette mantenendo invariato il prezzo, una pratica nota come “shrinkflation”, resa ancora più frequente dal cacao. Il cacao cresce solo in una fascia stretta attorno all’equatore, con esigenze precise di umidità, temperatura e suolo: i tentativi di spostare parte della produzione verso il Sud-est asiatico e il Sud America procedono da decenni con risultati modesti. A rendere le oscillazioni ancora più brusche ha contribuito anche la finanza: diversi fondi speculativi hanno abbandonato i contratti sul cacao per evitare una volatilità estrema, riducendo la liquidità degli scambi e rendendo ogni notizia sul raccolto capace di muovere il prezzo più che in passato. Finché due paesi concentreranno oltre il 60% dell’offerta globale, e finché a decidere le quotazioni saranno operatori lontani dalle piantagioni, ogni pioggia fuori stagione in Africa occidentale resterà una notizia che si sente fino allo scaffale del supermercato. Così il guadagno resta lungo la filiera e il rischio sui coltivatori.
Foto: Shutterstock/BOULENGER Xavier