A vent’anni avrei fatto qualsiasi fatica, adesso voglio godermi il lavoro». Diego Abatantuono dice di scegliere i film che lo fanno stare bene. L’attore milanese, 71 anni, torna sul grande schermo con una commedia dalle tinte noir, Il malloppo, diretto da Volfango De Biasi – nelle sale dal 3 settembre con Vision – che lo vede protagonista con Max Angioni e Michele Foresta (il mago Forest).
Nel film interpreta Diego Viani, un ex rapinatore noto negli Anni ’80 per i suoi colpi “a mano disarmata”. Dopo una lunga detenzione, ha abbandonato il crimine e ha provato a rifarsi una vita aprendo un’osteria a Ferrara. Il suo migliore amico è Michele Ragusa, uno scalcinato investigatore privato. Con lui lavora Alex, tirocinante non retribuito, mammone e imbranato. Tutto precipita quando il passato di Diego si ripresenta sotto le sembianze di Salamandra, un vecchio complice che lo accusa di aver sottratto il bottino dell’ultimo colpo, ossia cinque miliardi di lire in lingotti d’oro scomparsi nel nulla.
Abatantuono, chi è Diego Viani?
Il personaggio più concreto e serio del gruppo, anche se ha un passato da mezzo balordo. Ha fatto rapine, gestisce un ristorante, è uno che ha conosciuto sia il bene che il male. Intorno a lui ruotano gli altri personaggi. Il ristorante diventa il luogo in cui tutto prende forma, un po’ come accadeva con Nero Wolfe, dove i casi venivano ricostruiti e messi insieme.
Quanto conta l’affiatamento del cast in un film come questo?
È fondamentale. Per fare una commedia noir servono attori capaci di essere credibili sia nei momenti seri che in quelli comici. Forest è un talento assoluto, intelligente, generoso. Max è più giovane e ha meno esperienza, ma possiede le stesse caratteristiche. Nel film Diego ha una moglie (Maria Amelia Monti) che minaccia continuamente di lasciarlo senza farlo mai davvero, e una figlia (Irene Girotti) con la quale ha un rapporto conflittuale. Tutti legami che andrebbero approfonditi. Questo progetto era nato come serie, poi è diventato un film. Vedremo se ci sarà un seguito.
Oggi come sceglie i progetti?
Tra un film drammatico e uno brillante preferisco sempre il secondo. Far ridere è molto più difficile. Il talento comico non lo impari a scuola. Puoi perfezionarlo, ma devi averlo dentro. Oggi scelgo i progetti anche in base alle persone con cui lavoro. Voglio trascorrere un mese o due sul set divertendomi, con amici o colleghi con cui so che starò bene.
Nel tempo è cambiato il suo modo anche di vivere il lavoro?
Moltissimo. Da ragazzo avrei accettato qualsiasi fatica. Oggi no. Ho promesso a me stesso che non avrei sacrificato ancora la famiglia. Il mio unico vero rimpianto è aver visto troppo poco i miei figli quando erano piccoli. Per questo da anni, durante le vacanze estive, non lavoro quasi mai. Il nostro è un mestiere bellissimo. Non vedo perché debba diventare una sofferenza.

Ci sono ruoli che ha rifiutato di cui si è pentito?
No. Ho rinunciato a film importanti, ma rifarei le stesse scelte. Una volta ne rifiutai uno interessante di Pupi Avati (Il papà di Giovanna, n.d.r.), perché avrebbe significato girare tutta l’estate lontano dalla famiglia. Ho sempre preferito una vita serena a una carriera costruita inseguendo premi o riconoscimenti.
Esattamente cinquant’anni fa debuttava al cinema con Liberi armati pericolosi di Romolo Guerrieri. Come arrivò quel film?
Per caso. Accompagnai i Gatti di Vicolo Miracoli a un provino e il regista mi propose un ruolo. Accettai solo per guadagnare qualche soldo. Addirittura gli dissi di avere la patente, ma non era vero. Il primo giorno di riprese, quando mi chiesero una partenza in sgommata, confessai tutto. Il regista scoppiò a ridere, trovò una controfigura per quella scena e continuammo a girare.
Fu l’inizio della sua carriera?
In realtà no. Dopo quel lavoro tornai a fare altro. La svolta arrivò al Derby Club, quando mio zio mi propose di occuparmi della direzione artistica del locale di cui era proprietario. Cominciai a lavorare con Faletti, Porcaro, Salvi, Di Francesco. All’inizio salivo sul palco solo per presentare gli altri, poi scrissi il mio primo monologo e da lì partì tutto. Nel giro di poco arrivarono i film e la mia carriera prese una direzione diversa.
Quanto è cambiata la comicità rispetto al suo esordio?
Ho avuto una fortuna enorme. Sono stato il più giovane tra i grandi maestri e oggi sono il più anziano tra i comici più giovani. Ho imparato osservando Villaggio, Cochi e Renato, Walter Valdi, Jannacci. Ho assorbito tutto quello che potevo. La comicità è cambiata, si è evoluta e diventata più veloce.
La commedia italiana sta vivendo una nuova stagione?
Credo di sì. Mi piace quando riesce a mescolare leggerezza ed emozione. È quello che facevano film come La grande guerra o C’eravamo tanto amati. Facevano ridere raccontando qualcosa di profondo. È sempre quello l’obiettivo.
Talvolta, però, il cinema italiano fatica al botteghino.
È cambiato il pubblico. Una volta la gente andava in sala molto più spesso e vedeva tanti film diversi. Oggi si sceglie uno, due titoli all’anno, spesso grandi produzioni internazionali. Non sono peggiorati i film, sono cambiate le abitudini degli spettatori.