«Ho fatto più di venti album, ed è tutto un viaggio, di pensieri, di sensazioni, però le assicuro che la mia Napoli è vera, pura, biologica, senza confini. Anch’io avrei voluto fare l’americano, con pezzi più blues, più dub, con qualcuna di queste etichette, ma ho un mio mondo e lo rispetto». Enzo Gragnaniello, partenopeo verace dei Quartieri Spagnoli, ha anche scritto brani per Mia Martini, Roberto Murolo, Andrea Bocelli, Ornella Vanoni, Adriano Celentano e vari altri, e vinto ben quattro Targhe Tenco per la qualità dei suoi lavori, che hanno mantenuto un livello espressivo sempre alto, con canzoni sanguigne o sentimentali, istintive o sociali, storie di vicoli e di vita vissuta, proposte il più delle volte nel dialetto stretto della tradizione, ma non di rado anche in italiano.
«Forse sono più bravo a scrivere in italiano – ci ha detto ridendo durante la nostra intervista -. Il mio è un viaggio “altro” dentro la canzone napoletana, io scrivo canzoni cosiddette d’autore, perché il banale non mi piace. Quando mi vede, il banale ha paura». Ed effettivamente non c’è nulla di banale in Tiempo ’e veleno, il suo ultimo album, che lo vede rileggere undici sue canzoni in una veste sinfonica intensa e materica, trasformando un’antologia in un nuovo capitolo della sua poetica mediterranea.
Il progetto, nato come live insieme con l’Orchestra ICO della Magna Grecia di Piero Romano, raccoglie canzoni come le celebri Donna, Cu’mme (interpretata dalla Martini e Murolo nel 1992), Vasame (spesso ripresa da altri interpreti), O’ mare e tu, Senza voce, la title track (dalla colonna sonora del film Veleno, ambientato nella Terra dei Fuochi) e altre meno famose, e le ricostruisce attraverso un impianto sinfonico che ne amplifica la forza emotiva senza tradirne l’essenza. «Sicuramente l’orchestra è stata un punto di forza. Le canzoni diventano bellissime, con più sostanza. Le melodie sono quelle, uno le può cantare anche solo con una chitarra, però è chiaro che un’orchestra – senza usare la parola “riempie” che mi è antipatica – dà un senso più “artistico” al mio lavoro. Ogni canzone è più di spessore».
Cosa pensa del nuovo boom della canzone napoletana, da Geolier a Sal Da Vinci, dai giovani cantautori ai grandi vecchi come lei?
Io penso che queste fiammate di interesse siano così irrazionali da essere molto difficili da spiegare. La canzone napoletana è in tutto il mondo da più di cento anni, forse oggi è il periodo giusto durante il quale qualcosa ha funzionato. Io non seguo queste cose. Per me vale l’arte, non la canzone napoletana. Chiunque può scrivere una canzone in napoletano senza fare una canzone napoletana. La nostra canzone è fatta di umori, di appartenenza, di radici. Non basta essere napoletano per fare una canzone napoletana. Bisogna trasmettere delle cose.
Oggi diciamo che sta andando bene, ma poi magari l’anno prossimo non se ne parlerà più, non lo so. Perché qua succedono cose imprevedibili. Però la canzone che a me piace è quella che riesce a trasmettere veramente qualcosa allo spirito, non all’involucro.
Lei dice spesso che siamo soltanto involucri, che quello che conta è l’anima. Ma oggi, con l’imperversare dell’elettronica e dell’intelligenza artificiale, dove andiamo a trovare un autentico nutrimento per l’anima?
L’importante è stare vicino al mare, in campagna, osservare i fiori, il cielo, le stelle. Le persone intelligenti, appena possono, vivono così. Chi è intelligente sente che l’anima vuole la bellezza. Lo sente dentro. Chi va dietro all’intelligenza artificiale rimane robotizzato, secondo me. L’IA può dare una mano per qualche cosa, ma non la devi prendere sul serio, altrimenti ti perdi, non sai più chi sei, perdi l’anima. Ti affidi a qualcosa che ti comanda. Io scrivo ancora le canzoni senza usare la tecnologia. Giusto qualcosa per registrare più in fretta, perché ormai ci sono i computer, non ci sono più i nastri di una volta, che, quando sbagliavi, ti facevano tornare indietro a registrare di nuovo. Invece oggi sono tutti file. L’IA è come il sale, bisogna usarne la giusta dose, altrimenti diventa tutto troppo salato.
Lei quattro anni fa ha avuto un infarto immediatamente dopo un concerto. Cosa ricorda e cosa le ha insegnato quell’esperienza?
Fortunatamente non sono svenuto come spesso avviene con l’infarto. Dopo aver suonato, fatto le foto, salutato i fan, quando sono rimasto da solo con i musicisti mi è venuto all’improvviso un dolore fortissimo al petto e alla gola. Ho capito subito di avere qualcosa di non andava e ho chiesto di chiamare un’ambulanza. E poi, l’ospedale era lontano, il mezzo che arrivò non era attrezzato e durante il tragitto mi trasferirono su un’altra ambulanza. Me la sono vista proprio brutta, perché ho vissuto tutto da sveglio. La colpa è anche un po’ mia, sicuramente. Fumavo molto, vivevo nello stress, poi nei ristoranti in cui si va dopo aver suonato non sai mai quello che mangi. Però l’importante è che siamo qui a parlarne.
Foto: Aurelio Castellaneta